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MessaggioInviato: 07/04/2018, 23:27 
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Questa tipologia di corrispondenze , talvolta col logo della Camera o del Senato del Regno su interi postali, molto spesso portano autografi di importanti personaggi.
Inauguro così un thread specifico.

Questa cartolina porta l'autografo di Giovanni Persico, prima della decadenza dalla carica con la presa del potere del fascismo (9/1/25).

Giovanni Persico
Nasce a Benevento il 30 dicembre del 1878, ed è figlio del Cavalier Alfonso, Regio Commissario Prefettizio e Volontario Garibaldino, e della Contessa Adele Veneziani nonchè, nipote del dott. Rocco “condannato nel 1851 dalla Gran Corte Speciale di Napoli per reato politico a sette anni di carcere”.
Laureatosi in Giurisprudenza si afferma a Roma come Penalista, ed inizia l’attività professionale anche come giornalista, scrivendo su numerose riviste di diritto. Dopo aver partecipato al primo conflitto mondiale con il grado di Ufficiale, fonda a Roma, assieme ad altri l’Associazione Radicale Romana e ricopre anche l’incarico di Segretario Generale del Partito Radicale.
Eletto deputato nel 1921, durante il ventennio diventa uno dei più accesi oppositori del fascismo, e poi tenace animatore della resistenza. In rappresentanza del Partito Democratico del Lavoro, con Bartolomeo Ruini, Giovanni Persico è tra i partecipanti alla storica riunione dei partiti del Comitato Nazionale delle Correnti Antifasciste per la costituzione del C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale). Assieme a Persico ci sono: Mauro Scoccimarro, Giorgio Amendola e Giovanni Roveda per il Partito Comunista; Alcide De Gasperi, Giovanni Gronchi e Giuseppe Spataro per la Democrazia Cristiana; Pietro Nenni, Giuseppe Romita e Sandro Pertini per il Partito Socialista di Unità Proletaria, Riccardo Bauer, Ugo la Malfa e Sergio Fenoaltea per il Partito d’ Azione; Manlio Brosio, Alessandro Casati e Leone Cattani per il Partito Liberale. Per la sua attività nel CLN Persico viene arrestato e nel 1943 à detenuto nel carcere di Regina Coeli. Nell’immediato dopoguerra Persico è nominato Prefetto di Roma e Sottosegretario di Stato al Ministero del Tesoro, nei primi gabinetti Parri (21 giugno-24 novembre 1945) e De Gasperi (10 dicembre 1945-1ƒ luglio 1946), ma il suo maggiore ruolo è quello di Deputato della Costituente per il Gruppo Democratico del Lavoro, poi diventato Gruppo Socialisti Lavoratori Italiani. In tale veste egli si adopera assieme ai colleghi per inserire nella Costituzione una serie di principi generali che potessero poi essere tradotti in leggi ordinarie, e si interessa soprattutto della questione relativa alle pene da infliggere ai detenuti e sulle finalità che ad essa si volevano attribuire, soprattutto reinterpretandole come il frutto di una nuova sensibilità politica.
Nel 1948 Persico viene designato quale presidente della Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle Carceri, per indagare sulle condizioni dei detenuti, voluta dalla Camera dei Deputati ad iniziativa dell’onorevole Calamandrei.
Oltre alla presidenza della commissione per l’inchiesta sulle carceri, Persico è molto attivo all’interno dell’Assemblea Costituente, ove propone numerosi emendamenti, tra i quali quello per l’impegno inviolabile dello Stato verso i sui creditori che, messo ai voti, non viene approvato.
Nel 1949, come Senatore, si occupa della normativa per l’elezione dei giudici della Corte Costituzionale da parte della suprema Magistratura e, sempre su sua proposta viene inoltre discussa, in sede dell’Assemblea Costituente, la delicata questione della liquidazione delle 60 mila pratiche di pensione e di indennizzo delle donne che, nel corso della guerra, subirono violenza dalle truppe marocchine della V armata; egli a proposito sostiene la pronta corresponsione delle pensioni, senza trattenuta di quelle modeste somme già percepite da alcune nel 1944 dai governi francesi e italiano per l’immediato soccorso, e propone inoltre la concessione immediata a tutte di una indennità per i medicinali e cure gratuite presso i dispensari, gli ambulatori e gli ospedali della zona, sollecitando i concreti interventi del Governo nei confronti delle famiglie, dei bambini, della popolazione colpiti, soprattutto moralmente, dalla guerra.


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Aggiungo questa cartolina questa cartolina della Camera dei Deputati con autografo del Ministro MARCELLO SOLERI. Riccardo.

MARCELLO SOLERI

Marcello Soleri (Cuneo, 28 aprile 1882 – Torino, 22 luglio 1945) è stato un politico e ufficiale degli Alpini italiano.

Insieme a Giovanni Giolitti, Benedetto Croce e Luigi Einaudi, è considerato il quarto grande liberale italiano del Novecento.

Suo padre, Modesto Soleri, nativo di Dronero e ingegnere capo presso la Provincia, subisce nel 1894, nell'ambito della repressione dei democratici da parte del governo Crispi, la condanna al confino, da scontare a Taggia, per sospetta cospirazione socialista. Il padre inculca nei figli, Marcello ed Elvio, un forte sentimento del dovere, sentimento fondato anche sulle letture dei "Doveri degli uomini" di Silvio Pellico e dei "Doveri dell'uomo" di Giuseppe Mazzini.

Marcello rimane orfano presto e solo con l'aiuto di alcuni amici può continuare gli studi e laurearsi in giurisprudenza. Tra questi c'è Giovanni Giolitti, di padre sandamianese e deputato del collegio di Dronero e Valle Maira.

Nel 1912 diventa sindaco di Cuneo a capo del partito liberaldemocratico e sostiene la costruzione della nuova stazione ferroviaria sull'altipiano e del grande viadotto all'ingresso della città, dedicato a suo nome in occasione della ricostruzione dopo il secondo conflitto mondiale. Nel 1913 è eletto deputato.

Prima guerra mondiale

Nel 1914 e 1915 vive il dramma dell'ingresso in guerra dell'Italia. Giolitti è contrario. Soleri, invece, ha molti amici interventisti anche nelle terre irredente, tra i quali Cesare Battisti. Alla fine, da deputato, sceglie di arruolarsi come volontario e il 19 maggio 1917 subisce una grave ferita che gli vale la medaglia d'argento.

Il 20 ottobre 1918 a San Damiano Macra, da deputato al Parlamento e capitano degli Alpini, pronuncia il discorso, nella circostanza dell'intitolazione della ex strada della Confraternita, in memoria del capitano Aldo Beltricco, caduto sul Pasubio il 10 settembre 1916 e decorato di medaglia d'oro al V. M.

Il Ventennio

Nel 1919 è sottosegretario alla Marina e poi all'Industria, con delega agli approvvigionamenti e ai consumi alimentari, nel primo governo Nitti. Nel novembre dello stesso anno è rieletto deputato, insieme a Giolitti. Nitti lo riconferma nel suo secondo ministero. Giolitti nel governo dal giugno 1920 fino al luglio del 1921 lo incarica di abolire il prezzo politico del pane, abolizione molto impopolare, ma necessaria a risanare il bilancio dello Stato. Nel 1921, nel governo Bonomi, è ministro delle Finanze e nel 1922, nel secondo governo Facta, è ministro della guerra, il più giovane tra i ministri. In tale veste scrive, nell'ottobre del 1922, la proclamazione dello stato d'assedio che avrebbe permesso di bloccare i fascisti, ma il Re non lo firma, anzi chiama Mussolini a formare il nuovo governo. Nelle elezioni del 1924 viene nuovamente confermato deputato. Non aderisce agli "aventiniani", ma neppure si fa cooptare dal fascismo. Preferisce dimettersi e vivere in dignitoso isolamento.

Dal 1943 al 1945 È tra gli uomini consultati dal Re alla vigilia del rovesciamento di Mussolini nel luglio del 1943. L'8 giugno 1944, Ivanoe Bonomi, capo del governo subentrato a Badoglio, lo nomina ministro del Tesoro, carica che gli viene confermata l'anno seguente da Ferruccio Parri, presidente del Consiglio.

Marcello Soleri nella carica di ministro del tesoro, nel dopoguerra si trova a collaborare con un altro grande il cui padre era di San Damiano Macra e cioè Luigi Einaudi, governatore della Banca d'Italia e futuro presidente della Repubblica. Insieme furono due europeisti convinti.

Marcello Soleri oltre all'impegno politico, fu tra quegli alpini che anche in tempo di guerra cercò di mantenere viva l'Associazione Nazionale Alpini e dal 4 giugno 1944 al 22 luglio 1945 ne fu Presidente.


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cartolina postale del Senato con timbro a targhetta ROMA CITTA' APERTA scritta dal Senatore generale Ugo Sani.


Ugo Sani (Ferrara, 21 settembre 1865 – Roma, 7 gennaio 1945)nacque a Ferrara da famiglia nobile con una vecchia tradizione militare.
Nel giugno 1916 da maggior generale al comando della brigata Pinerolo fu decorato con l'ordine di cavaliere dell'ordine militare di Savoia. Nel 1916 ricevette anche due medaglie d'argento al valor militare.Nel maggio 1917 fu ferito leggermente da uno Shrapnel. A giugno fu trasferito come comandante alla 9ª Divisione di fanteria e poi a settembre dello stesso anno al XIII Corpo d'armata. Dopo Caporetto e il ripiegamento sul Piave il suo Corpo occupò la linea di difesa fra Zenson di Piave e Fagarè. Lì respinse tutti gli attacchi dell'esercito austro-ungarico, conquistò alla fine le teste di ponte dell'avversario sulla riva occidentale del fiume e obbligando l'esercito imperiale di schierarsi solo sulla riva orientale del Piave. Per questo ricette l'Ordine di Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia.
Nella primavera del 1918 fu trasferito con il XIII Corpo sull'Altopiano di Asiago. Lì bloccò i tentativi di sfondamento della 11ª Armata austro-ungarica attraverso la Val Frenzela. In giugno fu promosso a Tenente generale e premiato con l'ordine Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia.
Nel novembre 1918 fu nominato comandante militare di Ferrara. In tale veste visitò, incaricato dal Comando supremo, i campi di raccoglimento degli ex prigionieri italiani riportati in Italia dopo la fine della guerra. Nei suoi rapporti sollecitò la lentezza del ritorno organizzato e il malfunzionamento dei campi allestiti.
Il 5 gennaio 1919 fu assegnato a capo del III Corpo d'armata che si trovava in quel momento a Merano, non ancora annesso al Regno d'Italia. Cinque giorni dopo il III Corpo d'armata fu trasferito a Innsbruck e Sani divenne comandante delle truppe di occupazione nel Tirolo settentrionale sostituendo il precedente comandante, il generale Annibale Roffi. Il suo incarico nella città tirolese durò fino al settembre 1919 senza particolari problemi. Si lamentò solo che la stampa austriaca criticò troppo l'occupazione italiana, ma Pecori Giraldi, il governatore militare di Trento e suo diretto superiore, gli negò ogni azione in confronto.
Dopo il suo incarico in Austria ritornò in Italia a Bologna a capo del IV Corpo d'armata. Nel dicembre 1919 gli fu conferito l'Ordine di Commendatore dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. A Bologna rimase fino al 1926. In quel periodo dovette affrontare come capo militare della città l'occupazione degli uffici pubblici nel 1922 da parte delle milizie fasciste. Da una parte si oppose alla occupazione degli uffici sotto il suo controllo dall'altra sottolineò più tardi che l'opposizione non fu ostile e senza impegno di armi.
Nel 1927 si iscrisse al Partito Nazionale Fascista. Lasciò il servizio attivo nel 1931 dopo altri incarichi, tra cui presso il Ministero della Guerra. Di seguito gli fu concesso l'ordine di Grand'Ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, l'ordine di Grand'Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia nel 1932 e l'ordine di Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro nel 1938.
Nel 1933 fu nominato Senatore del Regno. In tale veste fu membro di varie commissioni e dal 1941 al 1943 segretario della commissione delle Forze Armate.


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corrispondenza del senatore e letterato Guido Mazzoni

Guido Mazzoni (Firenze, 12 giugno 1859 – Firenze, 29 maggio 1943) è stato un docente, patriota e politico italiano.
Nel 1897 divenne segretario dell'Accademia della Crusca, di cui fu presidente dal 1930 al 1942.
Dal 1910 fu senatore.
Durante la prima guerra mondiale, a cinquantasei anni, Mazzoni andò volontario al fronte, dopo che il figlio Carlo, ufficiale degli alpini e medaglia d'argento al valor militare, era stato fatto prigioniero dagli austriaci.
Dal 1920 Mazzoni fu socio corrispondente dell'Accademia dei Lincei di Roma e dal 1927 Socio nazionale della medesima accademia.
Dal 1931 al 1943 fu presidente della Società Dantesca Italiana.


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cartolina del Senato del Regno con timbro del 24/6/1923 a firma del Maresciallo d'Italia Gaetano Giardino. Per il retro vedi topic personaggi importanti della G.G.

Gaetano Ettore Stefano Giardino (Montemagno, 24 gennaio 1864 – Torino, 21 novembre 1935) è stato un militare e politico italiano, combattente la prima guerra mondiale e comandante dell'Armata del Grappa.
Nel 1894, a Cassala, il tenente Giardino guadagnò una Medaglia d'Argento al Valor Militare e la promozione a capitano. L'esperienza africana si concluse il 7 ottobre 1894, poco dopo la presa di Cassala. Scrisse diversi articoli sulle sue esperienze africane sulla Rivista Militare Italiana. Rimpatriato prestò servizio al 6º Reggimento bersaglieri come capitano. A partire dal 1898 frequentò la Scuola di Guerra, passando dall'arma di fanteria al Corpo di Stato Maggiore.

Il 29 settembre 1904 fu promosso maggiore e il 30 giugno 1906 tenente colonnello, in questo periodo fu Capo di Stato Maggiore della Divisione di stanza a Livorno e dal giugno 1910 di quella di stanza a Napoli. Nel corso della guerra russo-giapponese scrisse diversi articoli sulla Rivista Militare commentando gli avvenimenti in Estremo Oriente. All'atto della mobilitazione per la guerra di Libia, il 9 ottobre 1911 partì per l'Africa Settentrionale.

Fu sottocapo di stato maggiore nel Comando del Corpo di Spedizione, sotto il generale Carlo Caneva, ma fu spesso chiamato a sostituire il capo di stato maggiore, colonnello Gastaldello, che si era ammalato. Fu inviato in missione a Roma dal generale Caneva nel gennaio 1912, per chiarire alle autorità politiche, insoddisfatte per l'andamento delle operazioni, le difficoltà incontrate in Libia dal Corpo di Spedizione: questo incarico gli fornì per la prima volta visibilità da parte degli ambienti politici della capitale.

Fu costretto a rientrare in Italia il 5 giugno 1912 a causa di una malattia contratta in servizio. Il successivo 8 agosto fu trasferito al comando del IV Corpo d'armata, diventando capo di stato maggiore dopo la promozione a colonnello, ottenuta il 4 gennaio 1914.
Il 15 luglio 1915 diventò capo di stato maggiore della 2ª Armata, sotto il generale Pietro Frugoni, diventando generale il 31 agosto dello stesso anno. Il 22 maggio 1916 fu trasferito, con lo stesso incarico, alla 5ª Armata, all'epoca in via di costituzione, passando il 26 giugno successivo al comando della 48ª divisione di fanteria, schierata di fronte a Gorizia. Promosso tenente generale per meriti di guerra il 5 aprile 1917, fu proposto da Luigi Cadorna come Ministro della Guerra in seguito alla crisi del gabinetto Boselli, al posto del collega Paolo Morrone.

Fu ministro dal 16 giugno 1917 fino alla caduta del governo, causata dalla rotta di Caporetto; cinque giorni dopo l'assunzione del dicastero venne nominato anche senatore del regno. L'azione politica di Giardino fu di un'estrema fermezza contro ogni forma di reazione interna, come la sommossa di Torino, soffocata nel sangue nell'estate del 1917. Nel suo ultimo discorso come ministro, il 24 ottobre 1917, affermò:
«Nella corrente dell'Isonzo si è ripescato morto un prussiano. Certo non era solo e vuol dire che lì di tedeschi ce ne sono. Ora, venga pure l'attacco! Noi non lo temiamo»

Dopo la caduta del governo rientrò nell'Esercito, essendo assegnato l'8 novembre 1917 al nuovo Comando Supremo, tenuto dal generale Diaz, come sottocapo di stato maggiore, insieme al collega Badoglio. In quella situazione ebbe diversi attriti con il collega (meno anziano di lui), inoltre non si riconosceva nelle nuove linee guida volute da Diaz[4]. Per questi motivi fu inviato a Versailles, al Consiglio Interalleato, in sostituzione di Cadorna il 7 febbraio 1918. Rientrò dall'incarico dopo solo due mesi, venendo assegnato il 24 aprile 1918 al comando della 4ª armata.

La 4ª armata aveva un compito fondamentale per tutto lo schieramento italiano, cioè quello di difendere il massiccio del Grappa, che rappresentava l'ultimo ostacolo naturale fra il fronte e la pianura veneta. Giardino, nel suo nuovo incarico si preoccupò di incrementare le difese del monte, ma anche di migliorare le comunicazioni e, soprattutto, le condizioni di vita delle truppe che difendevano la posizione, sia in trincea sia nei periodi di riposo. Per tutto il periodo del suo comando chiamò le truppe della 4ª armata "i suoi soldatini", in tono paternalistico.

Giardino, nel campo dell'impiego tattico delle truppe, si preoccupò di innovare i metodi di combattimento, introducendo nella dottrina tattica della sua armata sia i reparti d'assalto sia il tiro di contropreparazione dell'artiglieria. Questa preparazione delle truppe su istruzioni tattiche più moderne fu salutare nel corso della battaglia del solstizio, quando il fronte, dopo un iniziale sbandamento, fu ripristinato utilizzando il 9º reparto d'assalto, comandato dal maggiore Giovanni Messe e all'azione congiunta delle artiglierie dell 4ª e della 6ª armata. Nel corso della battaglia di Vittorio Veneto l'Armata del Grappa si batté nelle operazioni che si svolsero dal 24 al 29 ottobre 1918, perdendo 25000 uomini.
Dopo la fine della guerra richiese di essere esonerato dal comando della 4ª armata e richiese il congedo dall'esercito. A partire dal dicembre 1918 riprese la sua attività da senatore del Regno, su posizioni militariste e autoritaristiche. I discorsi parlamentari di quel periodo sono raccolti e pubblicati da lui stesso nel libro Piccole faci nella bufera (Milano, Mondadori, 1924). Il 21 dicembre 1919 fu nominato generale d'esercito e richiamato in servizio e dal 5 gennaio 1922 fece parte del Consiglio dell'esercito con Diaz, Caviglia, Badoglio, Pecori Giraldi ed Emanuele Filiberto di Savoia duca d'Aosta. Il 26 giugno dello stesso anno fu designato al comando di un'armata.

All'atto della marcia su Roma era al comando dell'armata di stanza a Firenze e non risulta che abbia avuto rapporti con le squadre che mossero da quella città. Dal 16 settembre 1923 fu governatore della città di Fiume, in attesa dell'annessione della città all'Italia. Il 27 aprile 1924 lasciò tale incarico a favore del governo della città, ormai divenuta italiana.

L'ultima parte della sua attività politica si svolse per contrastare l'ordinamento militare proposto dal generale Di Giorgio e la legge istitutiva della MVSN, in cui vedeva un tentativo del potere politico di limitare l'autonomia dell'esercito e di creare una forza armata fortemente politicizzata. In questa sua azione fu appoggiato da gran parte dei componenti il Consiglio dell'esercito. In seguito al dibattito parlamentare l'ordinamento Di Giorgio venne ritirato e la MVSN fu ridimensionata. Giardino diede infine appoggio al governo Mussolini il 2 aprile 1925. Il 17 giugno 1926 venne nominato Maresciallo d'Italia e il 31 dicembre 1929 ebbe il Gran Collare dell'Annunziata.

Nel 1927 si ritirò a Torino dedicandosi a studi storici e pubblicando diversi volumi di memorie sulle sue esperienze nel corso della prima guerra mondiale, spesso destinati ad esaltare le azioni dei suoi "soldatini". L'ultimo suo intervento pubblico avvenne il 23 settembre 1935, in occasione dell'inaugurazione dell'ossario di Cima Grappa. Morì a Torino il 21 novembre 1935. Il 4 agosto 1936, giorno delle celebrazioni annuali a Cima Grappa, la salma venne portata, su un affusto di cannone, all'ossario dove ebbe la tumulazione definitiva. In suo onore fu eretta una statua che domina il viale centrale di Bassano del Grappa.


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Cartolina inviata da Ezio Maria GRAY
il 2 aprile 1943 - Anno XXI° E.F.
dalla Camera dei Fasci e delle Corporazioni

Ezio Maria GRAY
nato a Novara il 9 Ottobre 1885 muore a Roma l' 8 Febbraio 1969

Fu Volontario nella Guerra di Libia (1911-1912) come Ufficiale di Fanteria e come giornalista, visto che collaborava già per "L'Avanti della domenica".
Ancora Volontario nella Prima Guerra Mondiale. Ricevette una Medaglia d'Argento ed una di Bronzo al Valor Militare.
Aderì al Partito Nazionalista di Enrico Corradini, e nel 1919 vene eletto Deputato al Parlamento, aderì al Fascismo e partecipò alla Marcia su Roma.
Membro del Direttorio Nazionale del Partito nel 1924 e del Gran Consiglio del Fascismo.
Fu eletto Vice Presidente della Camera dei Deputati e poi nel 1941 della Camera dei Fasci e delle Corporazioni.
Proseguì l'attività giornalistica, e fu anche commentatore politico all'EIAR e Presidente dell'Istituto Luce.
Nel 1943 aderì alla Repubblica Sociale Italiana e fu direttore della Gazzetta del Popolo e Presidente dell' EIAR.
Dopo l'aprile del 1945 fu arrestato nell'ottobre dello stesso anno e condannato a venti anni di detenzione.
Nel 1946 ritornò libero grazie all'amnistia Togliatti e aderì al Movimento Sociale Italiano.
Fu poi consigliere comunale di Novara e di Roma.
Nel 1953 fu eletto deputato alla Camera (fino al 1958) e nel 1963 divenne senatore della Repubblica.
Nell'ottobre 1949 fondò il settimanale Il Nazionale, "giornale indipendente di politica e cultura", che durò fino alla sua morte.


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cartolina con timbro Ufficio P.T. Camera Deputati 10/4/31


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